DOC-2403. COCHABAMBA-ADISTA.
Sono passati 500 anni dal duro atto d’accusa pronunciato contro i
conquistatori, il 21 dicembre del 1511, dal frate domenicano Antonio de Montesinos,
nell’isola caraibica di La Española (oggi territorio della Repubblica
Dominicana e di Haiti). Eppure, quel discorso profetico non ha perso nulla
della sua validità. È cambiato radicalmente, è ovvio, il contesto storico,
culturale, economico e politico latinoamericano, ma dall’America Latina
continua comunque «a salire al cielo il clamore degli indigeni e degli
afroamericani, dei contadini, delle donne, dei minatori, dei bambini, degli
anziani che chiedono giustizia, dignità, salute, lavoro, educazione, libertà,
rispetto per le culture, diritto alla terra e al territorio, il “vivir bien”,
una vita degna degli esseri umani». A sottolinearlo, in un intervento scritto
proprio in occasione del quinto centenario del sermone di Montesinos in difesa
dei diritti indigeni, è il gesuita spagnolo Víctor Codina,
residente dal 1982 in Bolivia (dove chiese di andare dopo il martirio del suo
compagno gesuita Luis Espinal,
sequestrato, torturato e ucciso con 17 colpi di arma da fuoco, a La Paz, il 21
marzo del 1980, appena tre giorni prima dell’assassinio di mons.
Oscar Romero). Secondo Codina, infatti, i conquistatori di oggi
non hanno nulla da invidiare a quelli di ieri, essendo, esattamente come
quelli, responsabili delle «differenze abissali tra i ricchi sempre più ricchi
e i poveri sempre più poveri» e «impassibili di fronte alla sofferenza del
popolo, alla devastazione dell’ambiente, all’assoggettamento delle culture».
Anche se, sottolinea il gesuita, in mezzo all’attuale, caotica, situazione del
mondo e della Chiesa, in piena «crisi economica, energetica, ecologica e di
civiltà», è possibile scorgere chiaramente «segni apocalittici della nascita di
qualcosa di nuovo»: «i segni di morte - conclude - sono un preludio di
risurrezione, la pietra del sepolcro comincia a muoversi, le donne sono le
prime a rendersi conto e a credere nella resurrezione».
Di seguito, in
una nostra traduzione dallo spagnolo, l’intervento di Codina, tratto dal n. 786
della rivista Christus (ottobre 2011). (claudia
fanti)
di Víctor
Codina
500 ANNI FA
Nel dicembre del 1510, una piccola comunità di frati domenicani
sbarca nell’isola caraibica di La Española (oggi territorio della Repubblica
Dominicana e di Haiti). Questa comunità missionaria, guidata da Pedro de Córdoba,
proveniva dal convento di San Esteban de Salamanca, uno dei centri più famosi e
più aperti dell’ordine domenicano.
È una comunità povera e vuole annunciare la Parola a partire dal
contesto di radicamento nella realtà della conquista spagnola: era da 19 anni
che gli abitanti delle cosiddette Indie occidentali soffrivano sfruttamento e
maltrattamenti, perché i conquistatori puntavano solo a trovare l’oro e ad
arricchirsi con il sangue degli indios, che essi trattavano come animali.
La comunità analizza i fatti, esamina alla luce del Vangelo la
disumana oppressione sofferta dagli indigeni, si pone dalla loro parte e,
consapevole della gravità della situazione, decide di denunciarla pubblicamente
di fronte ai conquistatori e ai notabili spagnoli, tra i quali l’ammiraglio
Diego Colombo, il figlio di Cristoforo Colombo. I membri della comunità
elaborano tutti insieme il sermone, assegnando il compito di pronunciarlo a
fray Antonio de Montesinos, buon predicatore. Scelgono la data della quarta
domenica di Avvento e prendono come punto di partenza la frase di Giovanni
Battista: «Voce di uno che grida nel deserto».
Il testo di questo profetico discorso pronunciato il 21 dicembre
del 1511 lo conosciamo grazie a Bartolomé de Las Casas, allora prete ed encomendero (colui a cui veniva affidata l’encomienda, un territorio
abitato da un gruppo di indigeni da colonizzare e cristianizzare, ndt),
che era lì presente: «Questa voce dice che tutti siete in peccato mortale e in
esso vivete e morite a causa della crudeltà e della tirannia con cui trattate
questa gente innocente. Dite: con che diritto, con quale giustizia tenete in
così orribile schiavitù questi indios? Con quale autorità avete mosso sì
detestabili guerre a queste genti, che se ne stavano mansuete e pacifiche nelle
loro terre, dove tante ne avete distrutte con stragi e morti inaudite? Come li
tenete così oppressi e affaticati, senza dar loro da mangiare, senza curarli
nelle malattie nelle quali incorrono e muoiono per gli eccessivi lavori che
date loro, o per meglio dire, li uccidete ogni giorno per estrarre e avere oro?
Quale cura avete che qualcuno li istruisca e possano conoscere il loro Dio e
creatore, siano battezzati, ascoltino la messa, osservino le feste e le
domeniche? Non sono essi uomini? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?
Non capite? Non sentite? Come potete dormire in tanta profondità di sonno
letargico? Abbiate per certo che, nello stato in cui siete, non potete salvarvi
più dei mori o dei turchi che non hanno né vogliono la fede di Cristo».
L’impatto del sermone fu grande, «li lasciò attoniti, molti come
fuori di sé, altri incalliti e alcuni contriti, ma nessuno, a quanto mi parve
di capire, convertito», annota il cronista. Diego Colombo e i notabili se ne
andarono via indignati e decisi a punire il predicatore per quella dottrina
nuova e scandalosa che andava contro il re, che era colui che autorizzava i
conquistatori ad avere indios a proprio servizio nelle encomiendas.
Esigevano una pubblica ritrattazione.
Anche Bartolomé de Las Casas si indignò per quel sermone che
denunciava in maniera diretta la sua condizione di encomendero.
Solo anni più tardi, riflettendo sui testi dell’Ecclesiaste (4,1-6;
34,18-22), in cui si afferma che Yahvé non accetta le offerte macchiate di
sangue, Las Casas cambiò orientamento, entrò nell’Ordine domenicano e, nominato
vescovo del Chiapas, si trasformò nel grande difensore degli indigeni.
La domenica successiva, Montesinos salì di nuovo sul pulpito e,
anziché ritrattare, disse che da allora in avanti essi non avrebbero confessato
gli spagnoli né avrebbero dato loro l’assoluzione: che si lamentassero pure con
chi volevano, loro avrebbero comunque continuato a predicare il Vangelo.
La notizia giunse alla corte spagnola, il superiore Pedro de
Córdoba venne convocato dinanzi al re Fernando il Cattolico di Castiglia, e lo
stesso provinciale dei domenicani Alonso de Loaysa si pose dalla parte del re e
del governatore di La Española, arrabbiandosi e rimproverando i suoi
confratelli per una predicazione tanto scandalosa e nociva per il suo ordine.
Si erano senza dubbio lasciati ingannare dal demonio ed egli ordinava che
nessuno portasse avanti quel tipo di predicazione sotto pena di incorrere in
peccato grave e nella scomunica.
Questa denuncia profetica è naturalmente conflittuale non solo per
la Corona, ma anche per la Chiesa. Ogni denuncia profetica ha un prezzo da
pagare. Accadde lo stesso a Gesù di Nazareth quando proclamò il suo programma
messianico di evangelizzazione dei poveri nella sinagoga di Nazareth: volevano gettarlo
giù dal precipizio (Lc 4,16-30).
In realtà, come afferma Gustavo Gutiérrez, né Diego Colombo, né il
re, né lo stesso Laoysa si sbagliavano, in quanto il grido di Montesinos non
solo metteva in discussione il modo in cui venivano trattati gli indios, ma
attaccava alla radice la stessa conquista e l’ingiusto sistema coloniale
spagnolo. Da questo sermone di Montesinos del 1511 sono passati 500 anni. Ma il
suo grido, il primo grido libertario in America Latina, non fu l’unico. Puebla
ce lo ricorda in un testo assai noto: «Intrepidi lottatori per la giustizia,
evangelizzatori della pace come Antonio de Montesinos, Bartolomé de Las Casas,
Juan de Zumárraga, Vasco de Quiroga, Juan del Valle, Julián Garcés, José de
Anchieta, Manuel Nóbrega e tanti altri che difesero gli indios dinanzi a
conquistatori edencomenderos,
anche a costo della vita, come il vescovo Antonio Valdivieso, mostrano con
l’evidenza dei fatti come la Chiesa promuova la dignità e la libertà del
latinoamericano».
LINEE DI FORZA DEL SERMONE DI MONTESINOS
Ciò che forse richiama l’attenzione è che Montesinos inizi la sua
argomentazione a partire da quello che oggi chiameremmo diritti umani: «con che
diritto, con quale giustizia», «con quale autorità», «come li tenete così
oppressi e affaticati», «Non sono essi uomini?». Senza dubbio, la scuola
domenicana di Salamanca da cui provenivano, in cui si trovavano grandi
pensatori tomisti come Soto e Vitoria, aveva influito su questa visione
antropologica primordiale. Prima di invocare valori evangelici, essi si
richiamano al senso umano, all’umanità, all’onestà nei confronti della realtà,
al rispetto delle persone, a un minimo di senso di compassione di fronte alla
sofferenza altrui. La questione relativa a Dio è prima di tutto una questione
relativa alla realtà.
Ciò presuppone il fatto che la comunità domenicana fosse vicina al
mondo degli indigeni e che tale vicinanza la portasse a guardare la storia a
partire dal basso, dal suo rovescio, da quelli che ne soffrono le conseguenze,
e per questa via ad assumere quella che oggi si chiama opzione per i poveri.
Prima degli interessi e dei presunti diritti dei conquistatori, c’è la
sofferenza degli indios.
Montesinos comincia con il fare memoria di queste sofferenze,
memoria della passione del popolo, memoria passionis (J. B. Metz). I colonizzatori hanno
aggredito violentemente l’avere, il sapere e l’essere degli indigeni, in «un
contesto di ingiusta invasione, non solo di un territorio e delle sue risorse,
ma delle più segrete identità; di violazione e negazione di visioni del cosmo e
di saggezze di vita, di segreti e di iniziative» (Antonietta Potente, Eco
de un sermón: entre arquetipo y realidad. Otro diálogo es posible).
Non è possibile restare impassibili e neutrali di fronte alla sofferenza, non
si può passare oltre, come il sacerdote e il levita della parabola del buon
samaritano (Lc 10,25-35). Nella sofferenza degli indios si contempla e si
sperimenta la sofferenza del Signore (Mt 25,31-45).
A partire da qui sorge la denuncia dell’ideologia della conquista,
giustificata teoricamente con la possibilità di evangelizzare questi popoli, ma
in realtà ridottasi a «estrarre e avere oro», e per questo ad uccidere, come
parte di questo inganno, di questo sonno letargico in cui i conquistatori sono
addormentati, non preoccupandosi assolutamente del bene spirituale degli
indios, della loro evangelizzazione, del battesimo, della celebrazione
domenicale, delle feste...
Solo dopo si invoca un principio cristiano, l’obbligo di amare gli
indios come se stessi, una massima evangelica che sicuramente i conquistatori
conoscevano dalla loro tradizione culturale cristiana.
La conseguenza di tutto ciò è che i conquistatori si trovano in
peccato mortale e non si potranno salvare fino a quando persisteranno nei loro
abusi e nella pratica delleencomiendas.
E si porta come esempio quello dei mori o turchi privi di fede, i quali,
secondo la visione teologica di quell’epoca, non si potevano salvare: neppure i
conquistatori si salveranno. Proprio per questo, finché non avrà luogo una profonda
conversione, non potranno confessarsi né ottenere l’assoluzione dei peccati.
Non c’è dubbio che queste parole così forti colpissero gli ascoltatori, i
quali non erano abituati a tanta durezza.
ATTUALITÀ DEL SERMONE DI MONTESINOS
Sono passati 500 anni, il contesto storico, culturale, economico e
politico latinoamericano è cambiato. Ma dall’America Latina continua a salire
al cielo il clamore degli indigeni e degli afroamericani, dei contadini, delle
donne, dei minatori, dei bambini, degli anziani che chiedono giustizia,
dignità, salute, lavoro, educazione, libertà, rispetto per le culture, diritto
alla terra e al territorio, il “vivir bien”, una vita degna degli esseri umani.
Sono ora le multinazionali, le strutture economiche neoliberiste,
gli interessi del mercato, i nuovi poteri mondiali, e non più l’impero
luso-ispanico, a stabilire differenze abissali tra i ricchi sempre più ricchi e
i poveri sempre più poveri, che ora non sono altro che masse eliminabili,
insignificanti, disprezzate, effetti collaterali di un’economia tremendamente
ingiusta, ma considerata politicamente corretta. I nuovi conquistatori restano
impassibili di fronte alla sofferenza del popolo, alla devastazione
dell’ambiente, all’assoggettamento delle culture. Continuano a dormire in un
profondo sonno letargico.
Sono sorte anche in questi ultimi anni voci profetiche: quelle di
autentici difensori degli indios, santi padri dell’America Latina come Leonidas
Proaño, Sergio Méndez Arceo, Justo Laguna, Samuel Ruiz, Helder Cámara, Aloísio
Lorscheider, Eduardo Pironio, Raúl Silva Henríquez, Oscar Romero, Enrique
Angelelli…, le voci dei documenti di Medellín e di Puebla, della teologia della
liberazione, delle comunità di base, della vita religiosa inserita tra i poveri
come auspicato dalla Clar (Conferenza latinoamericana dei religiosi)… Vi sono
state anche le reazioni dell’impero di turno, e si sono avuti martiri in tutti
i settori della Chiesa, da vescovi, preti, religiosi e religiose a contadini,
catechisti, indigeni, donne, bambini, gente del popolo. I successori di
Fernando il Cattolico, il “sistema”, non ammettono critiche e messe in
discussione, non perdonano né dimenticano. La passione di Gesù è presente e
attuale nel popolo sofferente, nei “crocifissi della storia”.
Ma l’aspetto più doloroso è stato il fatto che pure dalle istanze
ecclesiali siano venute incomprensioni, critiche, condanne e squalifiche nei
confronti di vescovi, teologi, comunità di base, vita religiosa impegnata, Clar
e siano stati frenati i ministeri dei diaconi indigeni… Sono gli eredi di
Alonso de Loaysa, i quali, mentre condannavano queste voci profetiche,
accusandole di essere materialiste e comuniste, sovversive, scarsamente
cristiane e poco ecclesiali, di voler costruire una Chiesa popolare e parallela
contrapposta alla Chiesa gerarchica, non trovavano sconveniente che si desse la
comunione ai dittatori, che crescessero i movimenti spiritualisti, che
prosperassero teologie neoconservatrici come quella di Michael Novak, il quale
paragona il capitalismo al Servo di Yahvé, che tutti disprezzano, ma che è
l’unico che salva e libera (Is 53). Mentre un nunzio italiano giocava
elegantemente a tennis nei fine settimana con il dittatore argentino (il
riferimento è al defunto card. Pio Laghi, ndt), migliaia di cittadini
erano torturati e scomparivano a Buenos Aires…
Il sermone di Montesinos conserva tutta la sua attualità per la
società e la Chiesa di oggi.
Lo rappresenta bene un recente film spagnolo, También
la lluvia, della regista Iciar Bollaín. Una troupe cinematografica
gira un film storico sulla conquista dell’America e l’oppressione degli
indigeni, con la presenza di Colombo e anche con la voce di protesta di
Montesinos: «Non sono essi uomini?». Ma sceglie come set Cochabamba, in
Bolivia, dove nel frattempo scoppia la guerra dell’acqua, quando gli abitanti
si sollevano contro la multinazionale proprietaria dell’acqua che voleva alzare
le tariffe del servizio idrico. La polizia al servizio della multinazionale
reprime i manifestanti riproducendo in tal modo l’oppressione degli indigeni da
parte dei conquistatori. Le riprese vengono interrotte e gli attori devono far
ritorno in Spagna senza aver potuto terminare il loro lavoro. Ma quel che
emerge con forza è la cruda realtà del popolo che continua anche oggi a subire
violenza. Naturalmente questo film, in molti aspetti eccellente, non è stato
selezionato per il premio Oscar… Non è politicamente corretto ricordare che
l’oppressione continua anche oggi. È preferibile restare a dormire in un sonno
letargico…
QUALCOSA DI NUOVO STA NASCENDO
La storia non si ripete mai: il contesto politico, sociale ed
ecclesiale è cambiato profondamente, non solo dai tempi di Montesinos, ma anche
dalla fine del XX secolo. Bastano alcuni brevi cenni.
Viviamo in un mondo post-marxista e post-moderno. In America
Latina non siamo più negli anni ‘80, le dittature hanno dato luogo a delle
democrazie, sono sorti alcuni governi di carattere popolare, che in mezzo a
mille contraddizioni e ambiguità cercano di superare la situazione di povertà e
di discriminazione sofferta dal popolo. Il continente dimenticato è ora
l’Africa, che oggi comincia anch’essa a risvegliarsi.
Emerge nel mondo globalizzato una grave crisi economica,
energetica, ecologica e di civiltà. È caduto il muro di Berlino, ma sono cadute
anche le Torri Gemelle di New York. L’attuale modello economico naufraga,
malgrado i suoi continui riassestamenti. I disastri ecologici sono segnali di
allarme rosso. Chernobyl e Fukushima simboleggiano la crisi energetica e i
pericoli che corrono gli apprendisti stregoni. Ci troviamo di fronte ad un
cambiamento d’epoca e di paradigma: i terremoti e gli tsunami non sono solo
disastri naturali, ma il simbolo della crisi di tutta la civiltà tecnica
moderna, orgogliosa del suo progresso.
Anche a livello ecclesiale vi sono terremoti e tsunami. Con il
carattere di chiara restaurazione degli ultimi pontificati e malgrado le grandi
concentrazioni di massa e gli show mediatici che sembrano far passare l’idea
che non sia successo nulla, la barca di Pietro è scossa da una crisi che non si
era più vista dai tempi della Riforma. Gli scandali sessuali sono solo la punta
dell’iceberg di una crisi profonda: c’è qualcosa di marcio… La cristianità è
esplosa, per quanto l’agonia possa essere lenta. Giovani e donne abbandonano silenziosamente
la Chiesa. In America Latina i rappresentanti ufficiali della Chiesa non sono
più, come ai tempi di Montesinos, la voce dei senza voce, perché i poveri e gli
indigeni adesso hanno una voce propria. Molti pensano che la teologia della
liberazione sia morta. Roma è ora preoccupata soprattutto dalla teologia
asiatica del dialogo inter-religioso.
In mezzo a tale caotica situazione mondiale ed ecclesiale, in
mezzo a questa crisi, in questa notte scura, vi sono segni apocalittici della
nascita di qualcosa di nuovo, di nuovi soggetti emergenti nella società e nella
Chiesa: giovani, poveri, indigeni, afro, donne. Si ascolta il grido “un altro
mondo è possibile”, e anche “un’altra Chiesa è possibile”.
Come alle origini della creazione, nella notte e nel caos
regnanti, lo Spirito genera vita (Gn 1,2) e fa nascere un mondo nuovo, diverso.
Questo caos annuncia i dolori di parto della creazione (Rm 8,20), le sentinelle
notano che i mandorli iniziano a fiorire nell’inverno mondiale ed ecclesiale.
Lo Spirito del Signore è attivo, i segni di morte sono un preludio di
risurrezione, la pietra del sepolcro comincia a muoversi, le donne sono le
prime a rendersi conto e a credere nella resurrezione.
In questo nuovo contesto il grido di Montesinos torna anch’esso a risuonare:
«Come potete dormire in tanta profondità di sonno letargico? Abbiate per certo
che, nello stato in cui siete, non potete salvarvi». È necessario cambiare
direzione, svegliarsi, prendere coscienza che qualcosa di nuovo sta nascendo
(Is 43, 19), perché, oggi come ieri, il Signore vuole fare nuove tutte le cose
(Apoc 21,5). In America Latina siamo ancora in tempo di Avvento…