Leggere correttamente
LA CRISI ECONOMICA MONDIALE

 

Un ottimo esempio dell’importanza dell’ideologia nella comprensione della realtà sociale è rappresentato dal processo storico più importante degli ultimi anni: la crisi economica mondiale scoppiata nel 2007.
Per quanto strano possa sembrare, a tutt’oggi l’opinione pubblica mondiale non dispone di una spiegazione plausibile condivisa per un processo di tali proporzioni. Al contrario: l’intero decorso di questa crisi è stato accompagnato dalla scoperta di presunte «cause» che a uno sguardo più ravvicinato si dimostravano molto poco convincenti, quando non del tutto inconsistenti. Il loro elenco fa impressione: i mutui subprime, i derivati sui crediti, l’avidità dei banchieri, le società di rating colluse con i banchieri, l’orientamento al profitto di breve termine, i buchi nella regolamentazione, la politica monetaria della Federal Reserve, l’eccesso di consumo degli Stati Uniti, l’eccesso di risparmio della Cina, la perdita di fiducia dei consumatori... Si potrebbe continuare ancora a lungo.

Il fatto è che nessuna di queste cause è in grado di spiegare l’entità della crisi. Tanto per fare un esempio, l’ammontare complessivo dei mutui subprime è enormemente inferiore alle perdite che essi, secondo queste spiegazioni, avrebbero provocato. Ma in verità nessuna di queste presunte «cause» sembra in grado di originare, neanche lontanamente, una crisi che nel 2009 è arrivata a distruggere ricchezza in quantità pari al prodotto interno lordo mondiale di un anno.
Lo stesso vale per la spiegazione che a un certo punto ha cominciato ad affermarsi, e che è tuttora la prevalente: quella secondo cui si sarebbe trattato di una crisi finanziaria che ha contagiato l’economia reale. Si tratta di una spiegazione che si limita a riformulare le precedenti, in maniera apparentemente più astratta e scientifica, ma in realtà soltanto più generica.

Il presupposto (sbagliato) comune a tutte queste spiegazioni consiste proprio nella ricerca di un «colpevole» della crisi. Questa ricerca riposa sulla convinzione che la crisi sia qualcosa di estraneo al normale funzionamento dell’economia capitalistica. La crisi è una patologia esterna al sistema: quindi è dovuta a errori o colpe specifiche di qualcuno.
Finché si resta all’interno dei parametri propri dell’ideologia dominante, la spiegazione obbligata è questa. È possibile abbandonarla soltanto sulla base di un diverso punto di vista: quello secondo cui le crisi non sono un infortunio, ma lo strumento con cui l’economia capitalistica periodicamente risolve i propri problemi.
Questi problemi sono costituiti dal periodico presentarsi di eccesso di capitale e di sovrapproduzione di merci. La crisi distrugge il capitale e le forze produttive in eccesso, e questa distruzione di capitale va avanti sino a quando il capitale residuo torna a generare una redditività soddisfacente. Quanto più capitale in eccesso c’è, tanto più grave sarà la crisi e tanto maggiore la distruzione di capitale necessaria.
La cosa degna di interesse, a questo riguardo, è che nel caso della crisi di questi ultimi anni è ampiamente documentato il sussistere tanto di una massa ingente di capitale in eccesso, quanto di una notevole sovrapproduzione.

Autorevoli ricerche empiriche ne hanno dato dimostrazione. Una ricerca del centro studi dell’Ocse, in particolare, ha messo in luce un eccesso di capacità produttiva presente già diversi anni prima dello scoppio della crisi finanziaria. Quindi lo schema di lettura corrente va rovesciato: la crisi economica era precedente lo scoppio della crisi finanziaria, e non il contrario.
Ma nonostante questo si è continuato a parlare dei mutui subprime, delle società di rating, dei banchieri e così via. E quella ricerca è passata praticamente sotto silenzio. Il motivo è presto detto: imboccare una strada diversa avrebbe significato porre in questione alcuni presupposti di fondo dell’ideologia dominante, primo tra tutti quello dell’assoluta superiorità della società capitalistica (ormai cortesemente ribattezzata «economia di mercato») su ogni altra possibile configurazione sociale.

Oggi è facile constatare che l’ideologia dominante è riuscita a imporre la propria lettura degli avvenimenti, per quanto teoricamente inconsistente. Questo ha impedito che, nonostante la violenza della crisi economica e i suoi effetti devastanti, si producesse una crisi di legittimità dell’«economia di mercato», come in particolare tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 era parso possibile.
Il trionfo dell’ortodossia liberista è stato così completo che, a poco più di un anno di distanza dal lancio di colossali piani di salvataggio delle grandi imprese finanziarie private da parte degli Stati e delle banche centrali (la migliore dimostrazione del fallimento dell’«economia di mercato»), la litania dello «Stato inefficiente e sprecone» e della conseguente necessità di tagliare le prestazioni sociali per «ridurre il debito pubblico» ha ripreso a circolare, ed è anzi tornata a dominare il dibattito. Anche in casi come quello irlandese, in cui l’impennata del deficit pubblico era dovuta esclusivamente al salvataggio di alcune grandi banche private.

 

(Vladimiro Giacché, La fabbrica del falso, ed. DeriveApprodi 2011)