‘Inefficienza programmata’ e ‘impunità
garantita’: questi i due pilastri sui quali si fonda il nostro sistema
tributario. E infatti ogni anno mancano all’appello fra i 120 e i 160 miliardi
di imposte. Ma basterebbero poche e incisive riforme – detrazione totale delle
spese, pubblicità dei redditi, obbligo di dichiarazione di qualsiasi conto
bancario, inasprimento delle pene – e per gli evasori la pacchia finirebbe.
di Bruno Tinti, da MicroMega 7/2011
C’è gente che, quando si accorge di un problema, si mette alla scrivania,
studia ed elabora soluzioni; poi le prova e, se non vanno bene, ne elabora
altre fino a quando il problema è risolto. Poi ce n’è altra che, quando c’è un
problema, continua come niente fosse e spera che si risolva da solo; oppure, ed
è il caso della classe politica italiana, si guarda bene dal risolverlo perché
la soluzione comporta misure non gradite ai cittadini con conseguente perdita
di consenso. Lo stile di questo tipo di uomo politico è quello del noto
principio del fiammifero acceso: lo si passa a un altro il più in fretta
possibile per evitare di bruciarsi le dita. Naturalmente alla fine qualcuno si
trova in mano il fiammifero pressoché consumato; e qualcosa deve fare per
forza.
Ecco, in Italia siamo a questo punto. Dopo anni di aumento del debito pubblico,
di corruzione dilagante e conseguente spreco di danaro, di politica fiscale
pensata per favorire gli evasori e guadagnarne il consenso elettorale, i soldi
sono finiti: siamo pieni di debiti e nessuno ci vuole fare ancora credito. E la
classe dirigente del paese si deve sbattere per non dichiarare bancarotta. Ma
non fino al punto di bruciarsi le dita; questo no, sia mai che perdiamo le
elezioni! Così le misure proposte sono un misto di fantasia e ipocrisia: un po’
di buone idee circondate da recinti; e poi faccia feroce nei confronti di chi
danno elettorale non lo può fare: lavoratori dipendenti e pensionati.
Ma, a questo come ci siamo arrivati? E siamo ancora in tempo a fare qualcosa?
Come ci siamo arrivati è presto detto: abbiamo costruito un sistema tributario
inefficiente e fondato su princìpi iniqui.
E dire che la regola ispiratrice ce l’avevamo: l’articolo 53 della
Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione
della loro capacità contributiva». Che è assolutamente chiaro ma, per dirla
proprio senza equivoci, significa che chi più ha più deve dare. Fin dall’inizio
si è pensato che il modo per realizzare questo principio fosse quello delle
aliquote di imposta: più si guadagna più cresce la percentuale del proprio
reddito che si deve consegnare al fisco. In questo modo la misura proporzionale
del prelievo fiscale non è uguale per tutti: se su un reddito modesto (15 mila
euro all’anno) si paga il 23 per cento (3.450 euro), su uno elevato (150 mila
euro all’anno) si paga 16 volte tanto, il 38 per cento (57.670 euro). Non che
sia un sistema sbagliato, solo che può funzionare solo in un mondo ideale; il
che significa dove non ci siano persone disoneste. Perché è ovvio che, se uno
dichiara meno di quello che guadagna, paga meno imposte sfruttando, in senso
inverso, il criterio della progressività: meno dichiara, minore è l’aliquota di
imposta.
Il problema dunque non è solo immaginare come assicurare l’equa determinazione
della «capacità contributiva», per dirla con la Costituzione; è come non farsi
prendere in giro. E qui siamo drammaticamente carenti.
Il sistema tributario italiano si fonda su centinaia di leggi emanate nell’arco
di oltre 50 anni. I volumi che le raccolgono sono costituiti da circa mille
pagine. Nessuno, che non sia un professionista, è in grado di gestire questo
farraginoso e complicatissimo sistema. Inoltre la sua stessa complessità
permette scappatoie ed elusioni. Un sistema di questo tipo è in grado di
funzionare con accettabile rapidità ed efficienza solo nelle situazioni più
elementari: reddito da lavoro dipendente e pensioni. Quando si tratta di
redditi da lavoro autonomo, da capitale, da impresa, le possibilità di
contestazione e di successivo contenzioso aumentano in proporzione alla
rilevanza del reddito. Il tempo necessario per arrivare al momento in cui il
contribuente è stretto all’angolo e costretto a pagare il dovuto si misura in
anni, anche 10, anche 15. Ma raramente l’amministrazione finanziaria riesce a
concludere il contenzioso a suo favore: nella maggioranza dei casi il
contribuente riesce a pagare meno, assai meno o anche nulla. Questa situazione
cagiona un circolo vizioso. La pochezza del gettito induce l’amministrazione a
richieste esagerate. I contribuenti hanno buon gioco nell’opporsi e,
naturalmente, trovano una sorta di giustificazione morale all’evasione. Il
contenzioso aumenta. I recuperi di imposta sono sempre più aleatori e più
lontani nel tempo.
Ma tutto ciò non è ancora nulla. Perché, in realtà, l’amministrazione
finanziaria semplicemente non è in grado di controllare l’attendibilità delle
dichiarazioni dei redditi. Ne consegue che il contenzioso, inefficiente e
improduttivo che sia, nemmeno inizia perché gli accertamenti sono pochissimi.
La media nazionale delle dichiarazioni oggetto di controllo è pari al 10 per
cento. Per valutare in maniera adeguata questo dato, il sistema migliore è
quello di riflettere sul suo contrario: il 90 per cento delle dichiarazioni dei
redditi non sono controllate. Il contribuente può dichiarare quello che vuole
confidando in una praticamente certa impunità. Insomma, è come giocare al Lotto
o al Totocalcio con il 90 per cento di probabilità di vincere: una vera
pacchia.
E poi ci sono 5 anni di tempo per controllare le dichiarazioni. Se il fisco non
controlla, entro il 2015, quelle presentate nel 2010, i giochi sono chiusi, chi
ha avuto ha avuto eccetera. Il fisco interpreta questo termine nel senso: «Ah,
bene ci sono ancora 5 anni»; poi gli anni passano e ce ne sono «ancora» 4, 3,
2. Risultato: attualmente quella piccola quantità di accertamenti che si fanno
inizia comunque nel quarto anno dopo la presentazione della dichiarazione. Con
un altro risultato: se anche si scopre un evasore, le annualità precedenti sono
salve; il tesoretto messo da parte con l’evasione non glielo tocca più nessuno.
Naturalmente, a godere di questa situazione di favore sono quelli che hanno la
concreta possibilità di dichiarare il falso; vale a dire tutti, eccezion fatta
per i lavoratori dipendenti e per i pensionati la cui dichiarazione, quando
c’è, è vincolata dalle trattenute alla fonte che vengono effettuate dal datore
di lavoro in busta paga. Insomma, l’inefficienza del sistema si scarica su
queste due categorie di cittadini; tutti gli «altri» evadono alla grande.
Siccome gli «altri» si scocciano moltissimo di questa patente di evasori e
negano che tutto ciò sia vero (le associazioni di categoria sono attivissime
nel garantire l’assoluta onestà tributaria dei loro aderenti e, giacché ci
sono, l’iniquità della pressione fiscale che grava su di loro), l’unica cosa da
fare è metterli di fronte all’evidenza; che, in realtà e secondo quanto finora
sperimentato, nemmeno è sufficiente poiché, a questo punto, scatta l’ultima
difesa: «E va bene, sarà anche vero che i miei colleghi evadono; ma io no, io
pago fino all’ultima lira». E, siccome questa palla la raccontano tutti, la sua
falsità non merita ulteriori commenti. Ma torniamo ai dati.
Prima di tutto, si tratta di dati provenienti dal ministero delle Finanze; non
sono stati elaborati da associazioni di consumatori, sindacati o altri enti
interessati ad addossare agli «altri» la responsabilità della massiccia
evasione tributaria che affama il nostro paese. Dati ufficiali e indiscutibili.
Sono anche dati semplici, di immediata comprensione; cifre: nessuna
elucubrazione, opinione, teoria, teorema eccetera; dati prelevati,
semplicemente, dalle dichiarazioni dei redditi. Sono dati aggiornati, gli
ultimi disponibili. Sono stati ricavati dalle dichiarazioni presentate nel
2010; quelle del 2011 ancora non ci sono. E si riferiscono quindi ai redditi
del 2009. Drammaticamente attuali.
Numero dei contribuenti italiani (anno
2009)
Lavoratori dipendenti 20.870.919
Pensionati 15.292.361
Totale (pari all’88%) 36.163.280
Altri (pari al 12%) 5.359.777
TOTALE 41.523.057
Chi c’è nella categoria pudicamente denominata «altri»? Non è difficile: se non
sono lavoratori dipendenti; e se non sono pensionati; non possono che essere
lavoratori autonomi, imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti.
Insomma il cosiddetto «popolo dell’iva».
Così adesso sappiamo chi sono quelli che pagano le imposte: per l’88 per cento
gente a cui gliele prendono alla fonte; nessuna possibilità di mentire, di
dichiarare meno, di evadere. E, per il 12 per cento, gente che dichiara il
reddito che vuole; tanto, si sa, gli «altri» lo sanno, nel 90 per cento dei
casi non li controllerà nessuno. E comunque quanto evaso negli anni precedenti
ormai è salvo.
Ma quanto pagano lo sfortunato 88 per cento e il restante 12 per cento (gli
«altri»)? Anche questo si sa con precisione.
Gettito fiscale (anno 2010) (in mln di
euro)
Lavoratori dipendenti 89.500
Pensionati 47.700
Totale (pari al 93%) 137.200
Altri (pari al 7%) 9.200
TOTALE 146.400
Così adesso sappiamo che strade, scuole, ospedali e insomma tutto quello che lo
Stato fornisce quotidianamente ai cittadini è pagato, per il 93 per cento, da
lavoratori dipendenti (pubblici e privati) e pensionati. E che gli «altri» ne
usufruiscono a sbafo.
Fino a qui, matematica. Adesso un dato stimato; però sempre proveniente dal
ministero delle Finanze. L’evasione fiscale sarebbe pari a 120-160 miliardi di
euro all’anno. Io non lo so come fanno a calcolare questo dato; però non ho motivi
per contestarlo. Dunque prendiamolo per buono. E valutiamolo alla luce di altri
dati certi, sempre forniti dal ministero delle Finanze.
Redditi medi annui dichiarati da alcune
categorie al lordo delle imposte (anno 2008; in euro)
Avvocati 49.100
Dentisti 45.100
Ingegneri 37.400
Architetti 26.300
Consulenti fiscali 24.000
Albergatori 21.000
Psicologi 17.100
Ristoratori e bar 16.400
Gioiellieri e orologiai 15.800
Meccanici 15.400
Tassisti 13.600
Parrucchieri e barbieri 10.400
Cifre ridicole, che si commentano da sole. E che spiegano perché ogni anno lo
Stato non incassa da 120 a 160 miliardi di imposte. Se 5 milioni di «altri»
fanno, ciascuno (in media), un «nero» di 40 mila euro (che è una stima molto
ottimistica), abbiamo un’evasione di 100 miliardi. Perché lo Stato non è mai
andato a prenderseli?
Non è difficile da capire: perché 5-6 milioni di persone non voterebbero mai
per una maggioranza che, dopo 50 anni di pacchia, gli dice che la festa è
finita. E 5-6 milioni di voti significano governo od opposizione. Così si
spiegano non solo i «buchi» del sistema che abbiamo già visto ma anche quelli
che, spinti dalla «crisi», i nostri attuali padroni avevano pensato di chiudere
e che poi non hanno chiuso. Come si dice, valga il vero.
Manovra 2011, versioni preparatorie: «Recupereremo un sacco di soldi dalla
lotta all’evasione. Quindi nuove armi, non ci scapperà nessuno. Per prima cosa:
obbligo di indicare in dichiarazione qualsiasi rapporto bancario di cui si
abbia la disponibilità». Questa era davvero l’atomica, l’arma di distruzione di
massa degli evasori. Perché «qualsiasi» rapporto bancario significava non solo
i conti italiani (quelli, con un po’ di spirito di iniziativa, il fisco se li
poteva trovare da solo); ma anche conti, cassette di sicurezza, depositi valute
e titoli, ovunque detenuti, anche alle Cayman o nel Liechtenstein. E
«disponibilità» significava che dovevano essere dichiarati anche i rapporti
intestati alla vecchia zia, alla segretaria, all’amante, insomma ai soliti
prestanome dell’evasore. Nessuno avrebbe potuto evadere una lira; oppure
avrebbe dovuto mentire, non dichiarare. Ma, a questo punto, una buona quantità
di prigione a pane e acqua avrebbe scoraggiato chiunque; anche perché non
sarebbe stato un processo difficile, lungo, dall’esito incerto. «Ho scoperto
che hai un conto alle Mauritius; non lo hai dichiarato, ci rivediamo tra 10
anni»; cosa di più semplice? E chi ci avrebbe provato? Nessuno. Appunto, troppo
efficace. Nella manovra finanziaria definitiva non se ne è parlato più.
Altra iniziativa tanto intelligente quanto banale: la pubblicità dei redditi.
Attenzione: dei redditi, non delle dichiarazioni dei redditi. Niente violazione
della privacy. Nessuno avrebbe saputo che detraevo ingenti somme per cure
mediche dovute al fatto che mi ero beccato l’Aids; e nemmeno che pagavo
cospicui alimenti alla moglie da cui ero separato sicché tutti avrebbero saputo
che la signora con cui andavo a fare la spesa era «illegittima». Redditi: cifra
complessiva di quanto si guadagna in un anno. Naturalmente gli evasori
organizzati e no si sono subito strappati i capelli: «Si vuole incitare alla
delazione, vergogna». Sì, vergogna, davvero. Perché va bene «denunciare» un
ladro di macchine, un immigrato clandestino, uno che vende cd taroccati; ma
«denunciare» un evasore, uno che ruba alla collettività migliaia, decine di
migliaia di euro, quello no, non sta bene; quella è «delazione». Un mondo di
spie, dominato dalla Stasi, anche questo mi è toccato sentire. Sarebbe stato
meglio chiedersi: «Serve? Porrà un freno all’evasione?». Ma nessuno ha posto il
problema. Ovviamente. Perché uno che dichiara 15 mila euro all’anno al lordo
delle imposte e gira in Ferrari, abita in una villa di lusso e passa le vacanze
su uno yacht da 2 milioni di euro è sicuro che lo beccano; qualcuno un po’
incazzato (c’è una dotta disputa tra i filosofi: il sentimento prevalente negli
umani è l’amore o l’invidia?) presto o tardi lo trova; e la denuncia (non la
delazione), adeguatamente motivata, parte. E il fisco, invece che affidasi agli
studi di settore, avrebbe potuto fare accertamenti mirati. Avrebbe potuto,
appunto. Perché nella versione definitiva della manovra anche di questo non c’è
più traccia.
Finiamola con il «sistema tributario». Fumo negli occhi, inefficienza
programmata, impunità garantita.
Che sono le caratteristiche dell’altro pilastro di un efficiente ed equo
prelievo fiscale: il sistema penale-tributario. La prigione per chi evade le
imposte e vive a sbafo: manda il figlio all’asilo comunale rubando il posto ad
altre famiglie, gode di cure mediche che non ha pagato, di scuole cui non ha
contribuito, di strade, di polizia, di trasporti, di tante altre cose che non
gli toccano perché non ha versato una quota proporzionale del suo reddito per
mantenerle. Anche questo secondo sistema è finto: semplice apparenza, grida
manzoniane, non succede nulla di concreto.
Per cominciare, tutti i reati tributari si prescrivono in 7 anni e mezzo, che
decorrono dalla data della presentazione delle dichiarazioni Irpef (o Irpeg) e
Iva. Ma, come si è detto, il Fisco le esamina (quelle che esamina) al quarto
anno; e, se ci sono reati, manda la sua segnalazione alla procura della
Repubblica. E, a questo punto, c’è la bellezza di 3 anni e mezzo per fare le
indagini, processo in tribunale, processo in appello e Cassazione. Tutto si
prescrive già in tribunale; quando va bene in appello. Quindi l’evasore in
prigione non ci finisce mai: come il suo illustre maestro, Berlusconi,
colpevole ma prescritto.
Poi ci sono le soglie di punibilità. È un meccanismo per il quale, se
l’evasione non supera un certo livello, non è reato; niente prigione. Fino
all’ultima finanziaria queste soglie erano pari a 77 mila euro per la frode
fiscale (il caso più grave) e 103 mila euro per la dichiarazione infedele (il
caso meno grave). 77 mila e 103 mila euro di imposta: vuol dire che i redditi
non dichiarati erano più del doppio. La nostra legge penale tributaria
prevedeva dunque che chi non dichiarava da 150 mila a 240 mila euro di reddito
non era perseguibile; non era un delinquente, se la vedesse con il fisco ma
niente prigione. Capito perché lavoratori dipendenti e pensionati erano un po’
incazzati e, se avessero conosciuto i redditi di queste brave persone, le
avrebbero denunciate subito? Scoccia un po’ sapere che c’è qualcuno che non
dichiara un reddito superiore di 5 o 6 volte a quello che guadagni tu e nemmeno
va in galera. Adesso con la manovra 2011, le soglie sono state abbassate: 33
mila euro (di imposta, reddito non dichiarato 75 mila euro) per la frode
fiscale e 50 mila euro (sempre di imposta, reddito non dichiarato 120 mila
euro) per la dichiarazione infedele. Della serie: maneggiare con cura, fragile,
non esageriamo, anche gli evasori sono figli di Dio.
E, alla fine (veramente no, ma questo è un articolo, non un libro) c’è la
chicca: una dichiarazione dei redditi falsa non è semplicemente una
dichiarazione dei redditi falsa; no, c’è quella grave (frode fiscale) e quella
meno grave (dichiarazione infedele); per la prima si può arrestare e
intercettare, per la seconda no; la prima è punita fino a 6 anni con un minimo
di 1 anno e 6 mesi, la seconda da 1 a 3 anni; per la frode si può anche andare
in prigione davvero, per la dichiarazione infedele c’è sempre la sospensione
condizionale o almeno l’affidamento in prova al servizio sociale. E allora, in
cosa si differenziano queste due dichiarazioni false? In niente: la frode c’è
quando si usano fatture false (dichiaro costi che non ho mai avuto; ho
guadagnato 1.000 ma ho speso 500 – falso; reddito 500); la dichiarazione
infedele c’è quando uso una contabilità falsa (ho guadagnato 1.000 ma annoto
solo 500, niente scontrini, fatture, ricevute; reddito 500). Non cambia niente;
uno si inventa costi finti; l’altro nasconde incassi: risultato finale
identico. Allora perché? Semplice: perché il secondo reato, la dichiarazione
infedele, è quello tipico degli «altri», del popolo dell’iva. Che non fattura,
non emette scontrini, non fa parcelle; che fa, in una parola, il «nero». E
vorremo mica mandare in prigione gli «altri»? E poi questi non ci votano più. E
sono tra i 5 e i 6 milioni. Ma che, scherziamo? Sì, va bene, il reato c’è (se
si superano le soglie di punibilità); ma di prigione non se ne parla.
Così l’evasore dorme tra due guanciali: il sistema tributario non lo preoccupa;
e quello penale-tributario nemmeno. Se proprio gli va male (ma ci sono sempre i
condoni, gli scudi, gli indulti; uno ogni tre anni fino ad ora) paga quello che
avrebbe dovuto pagare per un anno, maggiorato di sanzioni tributarie e parcelle
(salate) per commercialisti e avvocati. Ma il suo tesoretto «guadagnato» negli
anni passati è a posto; e poi lui è pronto a ricominciare.
Se ne esce? No, ma forse sì; se questa classe politica sparisce dalla faccia
della terra; e se i cittadini italiani recuperano il senso dello Stato. E, se
sì, come? Con progetti nuovi, riforme radicali, non va salvato niente. Un
futuro che deve avere le sue basi nel passato: nella Costituzione,
nell’articolo 53. «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in
ragione della loro capacità contributiva». Sembra semplice, vero? Ma è violato
ogni anno da sessant’anni.
Che cosa si intende per «capacità contributiva»? Quello che si guadagna? Il
reddito? Guadagno 5 mila euro al mese e devo pagarci le imposte; con qualche
deduzione, qualche detrazione, ma, alla fine, pago le imposte su quello che
guadagno. E il mio collega, quello che guadagna come me, paga la stessa
imposta; con qualche detrazione o qualche deduzione in più o in meno; ma,
sostanzialmente la stessa. Ed è qui che sta la violazione costituzionale,
l’ingiustizia inaccettabile; e anche la causa prima dell’evasione fiscale.
Perché il mio collega vive da solo, deve comprare cibo e medicinali, pagare il
riscaldamento e altre esigenze primarie per lui solo. Ma io sono sposato, ho
due figli e un’anziana mamma a carico; e debbo comprare le stesse cose per 5
persone. E, alla fine del mese, il mio collega ha messo forse dei soldi da
parte o si è comprato una macchina nuova; e io probabilmente ho fatto debiti e,
comunque, non ho più un euro. Ma, più o meno, paghiamo la stessa imposta. E
questo è ingiusto. Perché il reddito non è la stessa cosa della capacità
contributiva. Il dovere di contribuire comincia quando il cittadino ha
adempiuto al dovere di vivere, lui e i suoi familiari; quando ha mandato a
scuola i figli, quando ha curato i suoi genitori, quando ha mangiato e si è
riscaldato. In altre parole, pagherà le imposte su quello che gli resta dopo
aver provveduto ai bisogni primari. Eccola la capacità contributiva. Niente a
che fare con il reddito, come si vede.
Naturalmente c’è il problema di non farsi prendere in giro: cosa di più facile
che raccontare al fisco, che tanto non controlla, di aver speso 1.000 euro per
la casa, altre 1.000 per il cibo e chissà quanto per medicine e scuole
eccetera? Come si fa ad essere sicuri che i cittadini non mentano? Non è
difficile, basta metterli uno contro l’altro, creare un conflitto di interessi,
rendere ognuno il controllore dell’altro. Proviamo con un esempio. Debbo rifare
il bagno, chiamo l’idraulico. Alla fine: «3.000 euro; ma se paga in contanti
2.400». Tutti pagano in contanti; perché non dovrebbero? L’iva non la scaricano
e la spesa non la detraggono. Risparmiano 600 euro e lo Stato vada in malora.
L’idraulico, poi, nemmeno dichiarerà quello che ha ricevuto e non ci pagherà le
imposte. Una pacchia per tutti. Ma, se potessi detrarre dal mio reddito i 3
mila euro, le cose sarebbero diverse. «Mi dispiace ma per me significa
detrazione di imposta, risparmierò esattamente quello che lei vuole guadagnare.
In realtà il suo guadagno lei lo farebbe a mie spese. Non se ne parla, voglio
la fattura». Ecco come si fa. Si chiama «detrazione totale». Quello che spendo
lo detraggo, non ci pagherò le imposte. Certo, lo devo documentare. E quindi mi
farò rilasciare dagli altri, quelli che mi vendono beni o servizi, regolare
documento, parcella, ricevuta, fattura, scontrino che sia. E loro non potranno
fare «nero» e pagheranno su tutto quello che incassano; anche loro,
naturalmente, dopo aver detratto le spese per i bisogni primari.
Questo il principio; poi bisogna attuarlo bene. Identificare i beni e servizi
primari: certo non posso pretendere di detrarre la spesa sostenuta per
l’acquisto di una Porsche. Garantirsi contro la documentazione falsa: non è
azzardato supporre che contribuenti abituati a decenni di evasione si
dedicheranno con entusiasmo a costruire fatture e scontrini fasulli; e qui si
dovrà ricorrere a una buona organizzazione informatica. Prevedere una
repressione penale severissima per chi abusa del sistema. Ma si può fare. Anzi
è già stato fatto. In molti paesi si fa così: negli Stati Uniti, in Nuova
Zelanda, in Australia, in Cile. E funziona.
Certo, ci va ancora una cosa; e qui siamo in difficoltà. Ci va la riprovazione
sociale per l’evasore fiscale. Negli Stati Uniti la ragione per la quale si
mette in prigione chi evade le imposte è: «Hanno mentito al popolo americano».
E, a parte la galera, negli Usa l’evasore perde lo status sociale: lo cacciano
dal Country Club; la moglie non è più invitata alle gare di torta alla frutta;
e gli amici non vanno più nel suo giardino il sabato per il barbecue. Nel
nostro paese ci si preoccupa per la «delazione» dell’evasione fiscale; e si
continua a votare per un presidente del Consiglio che ha dichiarato: «Certo che
avevo 64 società offshore; mi servivano per non pagare le tasse». La vedo dura.
(30 dicembre 2011)
Alla fine dell’anno la Guardia di Finanza ha effettuato un
controllo a Cortina. E ha scoperto che un terzo delle auto di lusso di
proprietà di privati, era intestato a persone fisiche che hanno dichiarato meno
di 30.000 euro lordi negli ultimi due anni. E metà delle auto di lusso di
proprietà di società, era intestata ad aziende che hanno presentato bilanci in
perdita, o inferiori a 50.000 euro lordi.
In seguito al blitz, i negozi di lusso della località
hanno quadruplicato gli incassi rispetto allo stesso giorno dell’anno prima, e
i ristoranti li hanno triplicati. I bar, invece, hanno addirittura raddoppiato
le consumazioni rispetto al giorno prima! Evidentemente, almeno per qualche
giorno, la paura dei controlli ha spinto gli evasori cronici a far funzionare i
loro registratori di cassa.
Ciò che stupisce non è certo il fatto in sè, che era a
conoscenza di tutti, eccetto che alla Guardia di Finanza e all’Agenzia delle
Entrate. Piuttosto, sono le reazioni dei politici appartenenti ai partiti che
proteggono istituzionalmente gli evasori. Ad esempio, l’“onorevole” Cicchitto
ha sostenuto che l’operazione era “ispirata a una concezione ideologica del
controllo fiscale”. L’“onorevole” Santanché, che si sono usati “metodi di
polizia fiscale”. E l’“onorevole” Gelmini, chei controlli “fanno passare l’idea
che la ricchezza sia un male”.
Il sindaco e il parroco di Cortina hanno protestato per
l’accensione dei riflettori sulla città dei rispettivi elettori e fedeli, e da
questo punto di vista hanno ragione. L’ineffabile Guardia di Finanza, infatti,
conferma che dalle dichiarazioni dei redditi risulta che in tutta Italia, fra
coloro che hanno recentemente acquistato un’auto di potenza superiore ai 185
chilowatt, un terzo ha dichiarato meno di 20.000 euro lordi, e un altro terzo
fra i 20.000 e i 50.000 euro lordi. E percentuali simili si riscontrano per i possessori
di barche.
Il governo Monti ha sostenuto di aver dovuto rapinare i
poveri, perché far pagare i ricchi è un problema di difficile e lunga
soluzione. Mi permetto di suggerirgli una scorciatoia di facile e immediata
applicazione. Faccia valutare velocemente i redditi reali delle poche persone
fisiche, e delle poche società, che sono state pizzicate a Cortina. Faccia una
media delle multe, e la estenda automaticamente subito, senza ulteriori
controlli, a tutti i possessori di auto di lusso e barche.
Poi faccia un controllo a campione delle categorie a
rischio di evasione, cioè di tutte le attività private, e fissi un reddito
medio presunto per ciascuna di queste categorie. Stabilisca infine il principio
che non sono la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate a dover dimostrare
l’inadempienza dei sospetti, ma i sospetti a dover dimostrare la loro
adempienza. Introduca cioè la presenzione di colpevolezza di quelle categorie,
fino a disprova contraria.
Questa sì che sarebbe, finalmente, una concezione ideologica
della fiscalità. L’ideologia della giustizia sociale, secondo la quale la
ricchezza non sarà forse un male, ma l’evasione fiscale sicuramente sì!
Piergiorgio
Odifreddi, repubblica.it, 5-1-2012